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La battaglia di Cunassa fu combattuta nel 401 a.C. tra Ciro e il suo fratello maggiore Arsace, che aveva assunto il trono di Persia, col nome di Artaserse II nel 404 a.C.
Cunassa era un villaggio, circa 90 km a nord di Babilonia, sulla riva sinistra dell'Eufrate, che presentava, a detta di Senofonte, un dominante tell. La sua esatta posizione è andata ormai perduta ma, volendola ritrovare, bisognerebbe cercare nella periferia ovest di Baghdad, a sud-est di Falluja. Precisamente si fanno queste congetture: il campo di battaglia viene tradizionalmente identificato con Tell ʿAqar Konaysa (Kanīsa, Konayša, circa 92 km a Nord di Babilonia, sulla riva sinistra dell’Eufrate, sebbene lo storico Richard Barnett – con forti argomentazioni – localizzi il sito presso Nasiffīyāt (anticamente Kū neise – Safyatib), circa 81 km a Nord di Babilonia, ma sulla riva destra dell’Eufrate nel suo antico corso, una località che meglio combacia col quanto scrive Senofonte (Anabasi 1.8.4;, 1.8.14).
Le lotte intestine per la successione al trono dell'impero Persiano si verificarono già con il padre dei due, Dario II, il quale su consiglio di Tissaferne utilizzò per la prima volta un contingente di mercenari greci per avere la meglio sul fratello Arsite.
La posizione di Tissaferne venne ridimensionata però per volere della moglie del Re dei Re, Parisatide, la quale volle il figlio prediletto Ciro come satrapo di Caria e Lidia.
La morte di Dario provocò lo scontro tra i fratelli per il possesso della corona, infatti il primogenito venne alla luce prima che egli cingesse la corona, per questo motivo Ciro la reclamò; essendo lui il primo figlio di Dario, Re dei Re. Venne per questo imprigionato, ma per intercessione della madre liberato.
I due si prepararono alla guerra.
Ciro, a cui non mancavano i finanziamenti, trovò in Grecia uomini nati per la guerra, i quali dopo la caduta di Atene erano rimasti senza "lavoro". Radunò con notevole astuzia un'armata di oltre diecimila mercenari greci (i Diecimila, come poi vennero chiamati dagli storici),
Inoltre, essi erano appoggiati da una flotta di 35 triremi spartane al comando di Pitagora e 25 triremi agli ordini di Tamos l'Egizio.
Secondo l'Anabasi, i Diecimila avevano anche un appoggio tattico di 100.000 soldati persiani al comando di Arieo e 20 carri falcati.
Senofonte, molto preciso per quanto riguarda la composizione dell'armata greca, esagera il numero dei persiani in entrambi gli schieramenti. Più probabile che Ciro avesse a disposizione tra fanti e cavalieri 15.000 uomini, compresa la sua guardia del corpo composta da 600 cavalieri catafratti.
La maggior parte degli opliti e dei componenti la fanteria leggera provenivano dalla Tessaglia e dal Chersoneso Tracico, il cui comando fu affidato a Clearco di Sparta, un generale che aveva venduto la sua spada proprio per sfuggire agli organi di controllo della sua città natale, dove era ricercato per i crimini commessi quando ricopriva il titolo di tiranno a Bisanzio. Le armate di Ciro furono radunate in totale discrezione, lasciando che pochissime informazioni si diffondessero sulla sua composizione e sui suoi scopi, e mascherando la spedizione come un affare di politica interna. Infatti in un primo momento dichiarò che l'armata era operativa per una missione in Tracia e tenere controllata Mileto.
Nel 401 a.C. dichiarò di voler usare questi uomini per sottomettere i ribelli di Pisidia.
Così mosse da Sardi per raccogliere gli uomini di Aristippo condotti da Menone di Larissa a Colossi in Frigia, mentre Clearco portò i suoi a Celene. Al tempo stesso giunge Sosi il siracusano con trecento opliti e Sofeneto l'arcade con mille.
La colonna, composta dall'esercito con mogli, figli, concubine di Ciro e servitù mosse in direzione di Tarso, attraversando la Cappadocia e la Cilicia. Giunti nei pressi della città il re non riuscì a trattenere l'irruenza delle truppe che entrarono con la forza in città, saccheggiandola.
I mercenari non erano più all'oscuro dei disegni ultimi di Ciro, e di quanto impegnativo e sanguinoso sarebbe stato il conflitto per il quale erano stati assoldati, quindi fecero richieste di gratifiche ben maggiori a quanto pattuito in precedenza. Ciro continuò a mentire dicendo che il suo obiettivo era il satrapo della Siria, Abrocoma e promise a tutti l'aumento della paga da un darico a un darico e mezzo al mese, a testa.
Le "porte Siriache" si avvicinavano e ad Isso l'esercito fece tappa. Qui giunse la flotta di Ciro, comandata da Tamos, forte delle sue 25 navi ed in aggiunta Cheirisofo che, a bordo delle 35 triremi comandate da Pitagora, portava il corpo di spedizione (700 opliti spartani) che gli efori avevano inviato a sostegno dell'impresa contro il re achemenide. In procinto di passare le porte "Siriache" si unirono al contingente di Ciro altri 400 opliti, facenti parte dell'esercito al soldo di Abrocoma.
Nel frattempo Sennia e Pasione avevano abbandonato la spedizione. Al tradimento Ciro rispose con un discorso dall'alto valore strategico:
«"Che vadano pure, sapendo che si comportano con noi peggio che noi con loro. E poi, io tengo sotto sorveglianza a Tralle i loro figli e le loro mogli: non li priverò, però, di costoro, anzi li riavranno indietro, grazie al valore che mi hanno dimostrato in passato."»
La loro dipartita poteva mettere a repentaglio l'unione dello schieramento greco, ma il suo intervento motivò anche coloro che avevano meno coraggio.
Quando il Gran Re fu informato, per mano del satrapo di Caria e Lidia Tissaferne, delle reali intenzioni di Ciro, questi aveva già raggiunto Lampsaco e stava puntando la regione di Babilonia, senza incontrare fino a quel punto alcun ostacolo. Tant'è che le notizie davano l'esercito di Artaserse in ritirata e quindi per 3 giorni viaggiarono con le armi sui carri.
Le armate di Artaserse, che vennero organizzate in fretta e furia, potevano vantare uno schieramento temibile, anche grazie al rapporto dei carri da guerra (10:1 a sfavore dei ribelli), mentre sulle cifre dei fanti e dei cavalieri le fonti sono nel più totale disaccordo:
- Montagu sostiene che a 30.000 ribelli e mercenari si opponessero 40.000 lealisti.
- Senofonte narra che:
"A questo punto, durante la rivista delle truppe, ci fu la conta: dei Greci, diecimilaquattrocento armati di scudo e duemilacinquecento peltasti; dei barbari con Ciro, centomila, e circa venti carri falcati. I nemici si diceva fossero un milione e duecentomila, e duecento i carri falcati. Vi erano inoltre seimila cavalieri, che comandava Artagerse: costoro erano schierati proprio davanti al Re. Dell'esercito del Re i comandanti erano quattro, con trecentomila uomini ciascuno: Abrocoma, Tissaferne, Gobria, Arbace. Di questi furono presenti alla battaglia novecentomila uomini e centocinquanta carri falcati: Abrocoma arrivò cinque giorni dopo la battaglia, proveniente dalla Fenicia"
Certa è la completa superiorità di Artaserse per la cavalleria, che a quanto sembra non si concentrò sullo schieramento greco.
La battaglia. La notizia giunse inaspettata, l'esercito di Artaserse era pronto a dare battaglia a Cunassa. Il panico serpeggiò tra le file dei ribelli, che si apprestarono a dare battaglia in fretta e furia e a digiuno.

Ciro diede ordine di schierare le truppe, chiedendo a Clearco di convergere al centro dello schieramento avversario, dove c'era suo fratello, ma egli non volle; ben conscio delle difficoltà in cui poteva incappare una falange con il fianco destro scoperto.
I Greci si schierarono quindi sul fronte, con Clearco all'estrema destra che manteneva l'ala verso l'Eufrate, Prosseno il centro, mentre Menone l'ala sinistra. I fianchi erano coperti dalla cavalleria e dai fanti leggeri il cui comando venne affidato ad Epistene di Anfipoli. Clearco tenne con sé i reparti di peltasti e 1000 cavalieri paflagoni, mentre le truppe persiane al comando di Arieo tenevano la sinistra dello schieramento.
Al centro, Ciro a volto scoperto attorniato da 600 uomini, i cavalieri catafratti della sua guardia personale.
Senofonte è molto preciso nella descrizione e composizione delle forze greche, mentre esagera la quantità dei contingenti persiani sugli opposti schieramenti, accreditandoli di centinaia di migliaia di uomini. Una stima più appropriata vede: 15.000 uomini tra fanti e cavalieri per gli oppositori del gran Re, provvisti di un esiguo numero uomini a cavallo e all'incirca 30.000 effettivi tra i lealisti. La velocità di Ciro non aveva permesso ad Artaserse di radunare tutti gli eserciti delle satrapie, con sé aveva i contingenti Medi al comando di Arbace, di Babilonia al comando di Gobria e del satrapo Tissaferne. Gli eserciti quindi disponevano di forze equivalenti, dove solo gli effettivi della cavalleria differivano in maniera preponderante, 2.600 contro 6.000. Ulteriore differenza sulla pianura l'esercito lealista si dispose in ranghi meno serrati superando così la sinistra dello schieramento dei ribelli.
Artaserse lanciò i carri falcati, ormai inutile retaggio del passato.
L'esercito contrariamente al solito si mosse in silenzio con passo uniforme, Ciro ordinò a Clearco di puntare al centro dove c'era suo fratello, ma egli non volendo scoprire il fianco destro della falange, spiegò che lo avrebbe fatto, però a modo suo.
I Greci, dopo il passaggio della parola d'ordine "Zeus salvatore" e "Vittoria", intonarono il peana; gli uomini di Tissaferne, il fronte sinistro persiano si diede alla fuga in preda alla paura, prima di subirne l'impatto. Al satrapo rimaneva ancora la cavalleria che riuscì a intrufolare nello spazio tra i mercenari, impegnati nell'inseguimento degli avversari e il resto dello schieramento dei ribelli.[ Ciro rischiava di essere circondato così si lanciò con la guardia personale contro il centro nemico, dove sfonda le linee, anche i suoi si disuniscono nell'inseguimento dei fuggitivi. Rimasto isolato vide il fratello, lo raggiunse e lo ferì ad un fianco; subito dopo venne colpito da una lancia ad un occhio e morì.
Artaserse fece mozzare mano destra e testa del fratello, mettendo poi a sacco l'accampamento del fratello, ] dando infine aiuto a Tissaferne che combatteva contro i Greci. Anche in questa occasione i Persiani non ingaggiarono battaglia, facendosi inseguire fino al villaggio di Cunassa, da dove sul far della sera i mercenari rientrarono al loro accampamento; lo trovarono completamente razziato.
Il giorno dopo appresero la notizia della morte di Ciro, da emissari di Arieo, il quale li avrebbe attesi a poca distanza per l'intero giorno prima di muoversi per la Ionia. Giunse infine Tissaferne con l'offerta di pace incondizionata e la consegna delle armi, alla quale rispose Prosseno il tebano con questa frase:
«"...mi chiedo se il Re domanda le armi da vincitore o come doni d'amicizia. Se infatti lo fa da vincitore, che bisogno ha di domandare, anziché venire a prendersele? Se invece vuole prenderle con la persuasione, dica cosa ci sarà per i soldati qualora lo assecondino in questo."»
Durante la notte fatti i preparativi ritornarono sui loro passi al campo occupato il giorno precedente la battaglia dove Arieo li attendeva con il suo esercito. L'esercito greco era temibile così Tissaferne, in qualità di inviato del Gran Re, offrì di fare da scorta ai mercenari conducendoli fuori dalla regione babilonese. La tensione tra i due eserciti era forte e si volle rappacificare il clima con un incontro con il satrapo, al quale partecipò Clearco, Prosseno, Socrate e Menone più una ventina di comandanti di compagnia. Vennero tutti uccisi a tradimento. I soldati non persero tempo a compiangere i loro generali, eleggendone subito di nuovi: Chirisopo al comando generale, Senofonte in seconda.
Bruciati carri e tende si misero in marcia con i cavalli da soma montati da fanti, a perlustrare il territorio e i frombolieri a protezione dei fianchi attaccati dalla cavalleria di Tissaferne. Risalito il Tigri vennero lasciati in pace solo quando si addentrarono in Kurdistan, di qui passarono in territorio carduco, giunsero in Armenia, dove il satrapo Oronte tentò di fermarli. Lungo il corso dell'Eufrate in pieno inverno furono colti da una tormenta di neve che uccise molti di loro, infine raggiunsero Trapezunte. Poi si susseguirono una serie di eccidi, massacri, saccheggi che non fanno onore all'impresa, dovuti all'impossibilità di trovare navi per il ritorno in Grecia.
Tissaferne, nei mesi successivi alla battaglia, ebbe modo di vantarsi di aver ucciso personalmente Ciro sul campo. La madre dei due, Parisatide, che aveva sempre favorito Ciro e che aveva appoggiato quest'ultimo nella sua sollevazione contro il primogenito, scatenò, alla prima occasione, la sua vendetta facendo assassinare Tissaferne a Colossi, in Frigia, nel 395.
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Per convenzione, la "Preistoria" è il lunghissimo periodo di tempo che va dalla comparsa dell'uomo sulla terra più di 2.000.000 di anni fa fino all'invenzione della scrittura 5000 anni fa, che segna l'inizio della "Storia". Per studiarla e comprenderla meglio è stata suddivisa in tre periodi: Paleolitico, Mesolitico e Neolitico.
Con il termine "Preistoria" convenzionalmente si indica il periodo più lungo in assoluto dell'intera storia umana. Generalmente essa ebbe inizio con le prime tracce della presenza del genere Homo sul nostro pianeta, all'incirca due milioni di anni fa, e per convenzione ebbe fine in Eurasia tra il IV e il III millennio a.C. con l'invenzione della scrittura. La Preistoria è stata inoltre divisa dagli studiosi in tre periodi principali: Paleolitico, Mesolitico (o Epipaleolitico) e Neolitico, ognuno con cambiamenti peculiari e conquiste tecniche e culturali fondamentali.
L'uso del termine "Preistoria" deriva da una discriminante molto importante, alla base della metodologia con la quale studiamo il passato, ovvero l'uso delle fonti. Si tratta di un periodo di tempo, il più lungo in assoluto nella storia dell'umanità, che si pone appunto "prima della Storia", ovvero l'ultima parte del nostro percorso sulla Terra, ricostruibile in parte grazie all'uso delle fonti scritte, dall'invenzione della scrittura in poi. In assenza totale di documenti, l'unica metodologia in nostro possesso per indagare la Preistoria è la ricerca archeologica, che per sua stessa natura si occupa dello studio delle tracce materiali e dei reperti lasciati dai nostri antenati.
Quali sono i tre periodi della
Nel corso degli anni, gli archeologi che si sono occupati di Preistoria hanno discusso a lungo su come questo periodo della storia umana potesse essere periodicizzato. Ad oggi, la cronologia più accettata divide la Preistoria in tre grandi macroperiodi: Paleolitico, Mesolitico e Neolitico. Vediamoli più nel dettaglio.
Paleolitico
In assoluto, il Paleolitico è la fase più lunga della storia dell'uomo dalla sua comparsa sulla terra. In proporzione, la nostra specie, Homo sapiens, vive nelle città da "solo" qualche migliaio di anni, ma ha invece vissuto da nomade per 195.000 anni. Il termine "Paleolitico" deriva dal greco: palaios, "antico", e lithos, "pietra", quindi "età della pietra antica". Convenzionalmente, il Paleolitico viene fatto cominciare circa 2,4 milioni di anni fa, con la presenza in Africa di Homo habilis, la prima specie del genere Homo che ci abbia lasciato utensili lavorati, gli strumenti più antichi in assoluto ritrovati dagli archeologi.
Questa prima fase è nota come "Paleolitico Inferiore", e convenzionalmente ebbe termine circa 120.000 anni fa, per una durata complessiva di 2,3 milioni di anni. In questo periodo lunghissimo avvenne l'evoluzione da Homo habilis a Homo erectus. Questo esponente del genere Homo si ritiene sia stato il primo ad addomesticare il fuoco e a uscire dall'Africa a partire da 1,8 milioni di anni fa.
Al Paleolitico Inferiore seguì il "Paleolitico Medio", che si concluse tra i 50.000 e i 40.000 anni fa. Questo periodo, dalla durata complessiva di circa 70.000 anni, ha visto la svolta evolutiva della nostra specie. In Eurasia prosperarono in questo periodo gli esponenti della specie Homo neanderthalensis, evolutasi probabilmente da quella parte della popolazione di Homo erectus che lasciò l'Africa. I neanderthaliani svilupparono strumenti in pietra più sofisticati ed elaborati, ed erano quasi sicuramente in grado di articolare un linguaggio complesso e di sviluppare un pensiero simbolico, ovvero possedevano una dimensione artistica e religiosa. Contemporaneamente, in Africa, nacque la nostra specie, Homo sapiens, a partire da almeno 200.000-100.000 anni fa. Gruppi di Homo sapiens cominciarono a lasciare l'Africa circa 50.000 anni fa e a diffondersi su tutti i continenti del mondo fatta eccezione per l'Antartide.
L'ultima fase del Paleolitico è nota come "Paleolitico Superiore". Convenzionalmente, questa ultima coda del Paleolitico viene fatta terminare 12.000 anni fa, attorno al 10.000 a.C. In questo periodo si ebbe l'ultimo picco glaciale, che ebbe termine attorno al 9700 a.C. Nella prima fase del Paleolitico Superiore, in Eurasia, Homo neanderthalensis e Homo sapiens convissero per almeno 10.000 anni, ma progressivamente la prima specie finì per estinguersi, per cause che agli studiosi ancora sfuggono nel loro complesso. Le ultime tracce di presenza dei neanderthaliani in Eurasia si datano tra i 40.000 e i 35.000 anni fa. Nell'ultima fase del Paleolitico Superiore, Homo sapiens progredì tecnologicamente e culturalmente e riuscì a colonizzare le Americhe e l'Australia.
L'ultima fase del Paleolitico è nota come "Paleolitico Superiore". Convenzionalmente, questa ultima coda del Paleolitico viene fatta terminare 12.000 anni fa, attorno al 10.000 a.C. In questo periodo si ebbe l'ultimo picco glaciale, che ebbe termine attorno al 9700 a.C. Nella prima fase del Paleolitico Superiore, in Eurasia, Homo neanderthalensis e Homo sapiens convissero per almeno 10.000 anni, ma progressivamente la prima specie finì per estinguersi, per cause che agli studiosi ancora sfuggono nel loro complesso. Le ultime tracce di presenza dei neanderthaliani in Eurasia si datano tra i 40.000 e i 35.000 anni fa. Nell'ultima fase del Paleolitico Superiore, Homo sapiens progredì tecnologicamente e culturalmente e riuscì a colonizzare le Americhe e l'Australia.
Mesolitico (o Epipaleolitico)
La fine della glaciazione e il progressivo innalzamento delle temperature portarono a una crescita dei diversi gruppi umani. Questo periodo è noto come "Mesolitico", ovvero "età della pietra di mezzo", anche se gli archeologi ultimamente stanno preferendo il termine "Epipaleolitico", ovvero "successivo al Paleolitico". Questo periodo convenzionalmente viene fatto cominciare attorno al 10.000 a.C. e termina con l'introduzione dell'agricoltura, la cui datazione cambia da zona a zona del mondo. Nel Mesolitico la fine della glaciazione portò all'estinzione della megafauna (mammut, rinoceronti lanosi ecc.) e all'innalzamento del livello del mare. Ciò ebbe ripercussioni non da poco sulla vita dell'uomo: cambiarono le prede delle comunità di cacciatori-raccoglitori, che divennero gli animali di più piccola taglia (favorendo l'invenzione e l'uso dell'arco piuttosto che della lancia), e inoltre le migliori condizioni ambientali portarono alla crescita delle comunità, che essendo nomadi si diffusero più pervasivamente nel mondo, anche con primitive tecniche di navigazione.
Neolitico
L'ultima fase della Preistoria è il "Neolitico", l'età "della pietra nuova". Questo periodo segnò una rivoluzione che avrebbe cambiato per sempre la storia dell'uomo sulla terra, ovvero l'invenzione dell'agricoltura e dell'allevamento. Questa avvenne in Medio Oriente, nella famosa "Mezzaluna fertile", tra il 9000 e l'8000 a.C. Da queste aree cominciò progressivamente a diffondersi come modello sociale e produttivo vincente, con la formazione di villaggi e di popolazioni più numerose. Quella nota fra gli archeologi come "Rivoluzione Neolitica" giunse in Europa centro-occidentale tra il VII e il VI millennio a.C. La crescita della popolazione grazie alla maggiore disponibilità di cibo portò alla nascita dei primi agglomerati urbani e a una sempre maggiore complessità delle società neolitiche.
Catalhuyuk
Le rovine di Çatalhöyük, in Turchia, una delle più antiche città del mondo, risalente a più di 9000 anni fa. Credit: Murat Özsoy
Come e quando si concluse la Preistoria
Convenzionalmente, la Preistoria viene fatta terminare con la comparsa delle prime fonti scritte. Questa avvenne in Mesopotamia, presso la civiltà sumerica con la scrittura cuneiforme, e in Egitto con quella geroglifica, alla fine del IV millennio a.C. La teoria maggiormente accreditata vede la nascita della scrittura come una conseguenza del dover tenere nota del crescente surplus agricolo. Poiché l'invenzione e l'uso della scrittura avvennero unicamente in determinati luoghi in determinati periodi, e anche perché alcune civiltà anche piuttosto avanzate non ebbero l'esigenza di sviluppare dei sistemi di scrittura, l'uso di questa cesura cronologica si è spesso rivelato impreciso e confuso. Ad esempio, al tempo dell'invenzione della scrittura in Medio Oriente, in Europa Occidentale stava ancora giungendo la Rivoluzione Neolitica. Per questa ragione gli archeologi hanno sentito l'esigenza di creare un'altra parola che potesse fare da "termine ombrello" per periodizzare la storia europea prima della diffusione della scrittura a partire dall'epoca classica: Protostoria. Con questo termine si intendono quelle fasi temporali in cui in Europa la scrittura era assente o marginale (età del bronzo, età del ferro) ma già massicciamente impiegata dalle civiltà del Vicino Oriente.
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