Giuseppe Pignatale
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 IL PENSIERO E ARTE GRECA.
 
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Sopra: l'Acropoli di Atene con il Partenone.


I Greci erano ben pochi in confronto ai milioni di persone che costituivano le nazioni e gli imperi antichi; tuttavia le loro conquiste si elevano al di sopra di quelle d'ogni altra civiltà antica. Non si trattò solo di conquiste militarim ma di conquiste dello spirito, ed essi furono i pionieri del pensiero scientifico, della medicina, della matematica, dell'arte drammatica, della storia, della poesia lirica e della filosofia, così come noi le conosciamo ora. I Greci, infatti, non essendo tenuti in pugno da governanti crudeli e fatti schiavi da altre nazioni, erano liberi e desiderosi di porsi delle domande sul mondo che li circondava; e poiché sapevano per esperienza che la ragione poteva risolvere i problemi quotidiani, erano sicuri che essa avrebbe potuto risolvete problemi molto più vasti. Questa certezza portò i pensatori greci a chiedersi, dapprima, perché certe cose o idee sono simili e altre diverse. Cosi impararono a semplificare e a organizzare il sapere, la quale casa li portò a compiere sorprendenti scoperte. Talete di Mileto (640-546 circa a. C.) affermò che le piante, le case, gli stagni, le montagne e tutte le case della Terra sono i diversi adattamenti di un'unica sostanza, l'acqua; anche se ciò è errato, il principio è esatto. Nel 400 a. C. Democrito si avvicinò al vero: egli pensava che l'universo fosse composto di milioni di piccolissimi "atomi", fatti della medesina sostanza, ma combinati insieme in modo diverso cosí da formare cose differenti. Altri filosofi indagarono altri campi dello scibile umano, e i tre massimi pensatori greci - Socrate (470-399 circa a. C.), il suo discepolo Platone (427-347 circa a. C.), e il discepolo di Platone, Aristotele (384-322 circa a. C.) - inventarono il ragionamento logico, basato sulle idee, e cercarono di penetrare la natura della bontà, del piacere, della conoscenza, dell'anima, dello Stato.
Altri Greci ancora presero in esame forme e numeri: secoli prima gli Egiziani e i Babilonesi si erano serviti della matema- tica per costruire piramidi e per misurare i campi, ma non avevano ancora considerato la matematica come un nodo di pensare. Questa fu la nuova idea che affascinò i matematici greci: Pitagora (VI secolo a. C.), Euclide (circa 300 a. C.) e Archimede 287-212 circa a. C.) cercarono quelli che sono tuttora i "fondamenti dell'aritmetica e della geometria moderne". Gli Elementi di Euclide, ad esempio, furono per 2000 anni il classico libro di testo di geometria. Alcuni Greci applicarono la matematica a invenzioni e scoperte scientifiche. Archimede inventò la vite senza fine, che serviva per sollevare l'acqua, e scoprì il sistema per trovare il peso specifico dei metalli (il loro peso in rapporto a quello di un eguale volume di acqua. Eratostene (in secolo a. C.) si servi della sua conoscenza della geometria e dell'astronomia per determinare le misure della Terra, che egli e altri Greci pensavano giustamente di forma sferica. In medicina, Ippocrate (460-377 a. C.) e i suoi discepoli misero da parte la magia e si basarono invece sull'osservazione precisa e sulla meditata analisi delle malattie.
Secondo i pensatori greci l'arte non era separata dalla scienza; essi si servivano infatti della matematica per erigere templi armonici e proporzionati, qualità queste espresse anche nella loro scultura la quale, poiché la crescente fede nell'uomo e nel suo potere raziocinante aveva portato a vedere negli dèi degli uomini ideali, man mano andò evolvendosi dalle rigide forme di stile egiziano verso forme molto piú realistiche.
Nel campo della scultura i Greci progredirono sulle basi dell'arte antica, ma la loro viva intelligenza inventò anche nuove arti: la poesia lirica, che raggiunse il suo acme nel VII secolo a. C., la storia con gli scrittori del V secolo a. C. Erodoto e Tucidide e, soprattutto, l'arte drammatica.
Tre grandi autori drammatici, Eschilo (525-456 circa a. C.) Sofocle (496-406 a. C.) ed Euripide (480-406 circa a. C.), trasformarono le antiche processioni religiose in opere drammatiche con parti sostenute da personaggi ben distinti, e i critici ancora oggi classificano le loro tragedie tra le migliori del mondo. Nel campo del pensiero i Greci non erano secondi a nessuno, ma in genere non si curavano di utilizzare la loro intelligenza per inventare macchine e utensili che risparmiassero loro fatica, tanto piú che, possedendo schiavi, ritenevano del tutto inutile la meccanizzazione: oltre a ciò, secondo la teoria platonica, che vedeva il nostro mondo come una falsa copia del vero mondo, le esperienze basate sull'osservazione venivano considerate infondate. Inoltre i Greci usavano lettere invece dei numeri e ciò limitò l'applicazione pratica della matematica.
Nonostante i loro scarsi strumenti scientifici e la loro riluttanza a fare minuziosi esperimenti, i Greci elevarono a nuove altezze il pensiero umano e se la scienza moderna è andata al di là delle loro teorie circa la sostanza del mondo, nessuno li ha superati in fatto di filosofia e di arte.


 
 

A destra: scena parodistica di un antico mito tratta da una commedia greca e usata come decorazione di un vaso; notiamo il palcoscenico rialzato.




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Sopra: busto di Socrate - museo del Louvre.

L'Atene di Socrate.
Socrate visse durante un periodo di transizione, dall'apice del potere di Atene fino alla sua sconfitta per mano di Sparta e alla sua coalizione nella guerra del Peloponneso (404). Dopo la sconfitta s'insediò ad Atene un regime oligarchico e filospartano guidato da Crizia, un nobile sofista negatore della religione. Dopo appena un anno, il governo dei Trenta tiranni decadde e s'instaurò un governo democratico conservatore formato da esiliati politici, guidato da Trasibulo di Atene. Egli giudicò Socrate un nemico politico per i rapporti che aveva avuto con Alcibiade, suo scapestrato discepolo e presunto amante, accusato di avere tradito Atene per Sparta. Il nuovo regime democratico voleva riportare la città allo splendore dell'età di Pericle instaurando un clima di pacificazione generale: infatti non perseguitò, com'era abitudine, i nemici del partito avverso ma concesse un'amnistia. Si voleva tornare a creare in Atene una compattezza e solidarietà sociale riproponendo ai cittadini gli antichi ideali e i principi morali che avevano fatto grande Atene. Ma nella città si diffondeva l'insegnamento, seguito con entusiasmo da molti, specie giovani, dei sofisti i quali invece esercitavano una critica corrosiva di ogni principio e verità che si volesse dare per costituita dalla religione o dalla tradizione.
Il processo si tenne nel 399 a.C. innanzi a una giuria di 501 cittadini di Atene, e – com'era da aspettarsi per una figura come quella di Socrate - fu atipico: egli si difese contestando le basi del processo, anziché lanciarsi in una lunga e pregevole difesa o portando in tribunale la sua famiglia per impietosire i giudici, come di solito si faceva. Fu riconosciuto colpevole per uno stretto margine di voti - appena trenta. Dopodiché, come previsto dalle leggi dell'Agorà, sia Socrate che Meleto dovettero proporre una pena per i reati di cui l'imputato era stato accusato. Socrate sfidò i giudici proponendo loro di essere mantenuto a spese della collettività nel Pritaneo, poiché riteneva che anche a lui dovesse essere riconosciuto l'onore dei benefattori della città, avendo insegnato ai giovani la scienza del bene e del male. Poi consentì di farsi multare - seppur di una somma ridicola (una mina d'argento dapprima, cioè tutto quello che egli possedeva; trenta mine poi, sotto pressione dei suoi seguaci, che si fecero garanti per lui). Meleto chiese invece la morte.
Furono messe ai voti le proposte: con ampia maggioranza - 360 voti a favore contro 140 contrari] - gli Ateniesi, più per l'impossibilità di punire Socrate, multandolo di una somma così ridicola, che per effettiva volontà di condannarlo a morte, accolsero la proposta di Meleto e lo condannarono a morire mediante l'assunzione di cicuta. Era pratica diffusa auto esiliarsi dalla città pur di sfuggire al giudizio, ed era probabilmente su questo che contavano gli stessi accusatori. Socrate dunque intenzionalmente irritò i giudici, che non erano in realtà mal disposti verso di lui. Ma perché lo fece? Socrate in effetti aveva già deciso di non andare in esilio, in quanto anche fuori di Atene avrebbe persistito nella sua attività: dialogare con i giovani e mettere in discussione tutto quello che si vuol far credere verità certa. «Perciò, - sostenne Socrate, - mi ritroverò a rivivere la stessa situazione che mi ha portato alla condanna: qualcuno dei parenti dei miei giovani discepoli si irriterà della mia ricerca della verità e mi accuserà». Del resto egli non temeva la morte, che nessuno sa se sia o no un male, ma la preferiva all'esilio, questo sì un male sicuro