Giuseppe Pignatale Presenta:
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Mondo greco:
LA GUERRA DEL PELOPONNESO.
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Sopra:busto di Tucidite
A sinistra: Gli Alleati di Atene e di Sparta nella guerra del Peloponneso.
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Tucidite. Nato ad Atene, da nobile famiglia (suo padre era Oloro, del demo attico di Alimunte,
imparentato con Cimone, figlio di Milziade) intorno al 460 a.C. e fervente sostenitore
nella Grecia antica dello statista Pericle, Tucidide svolse un importante ruolo come
stratega della flotta di Atene nella guerra contro Sparta sul mare Egeo settentrionale.
Accusato di tradimento per aver fallito la spedizione di soccorso alla battaglia di Anfipoli, gli toccò (o scelse volontariamente)
l'esilio in Tracia dove trascorse gran parte della vita. Non è però chiaro se, invece, Tucidide avesse deciso di rimanere ad Atene,
restando escluso dalla vita politica
Nei lunghi anni di esilio (o di permanenza in incognito ad Atene) Tucidide riordinò i
suoi scritti raccogliendoli nella sua articolata e sofferta opera: un insieme di otto
libri che compongono la Guerra del
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Peloponneso, profondo e analitico resoconto cronologico
del conflitto che oppose fra il 431 a.C. e il 404 a.C. Sparta ed Atene, tese entrambe ad
un controllo sulla Grecia.
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Sopra: busto di Pericle
Sotto: Aspasia.
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Due leghe rivali. Sparta non aveva potuto impedire l'affermarsi della supremazia ateniese, ma non era
rimasta in ozio. Alla lega attico-delia opponeva la sua lega pcloponnesiaca, che riuniva le principali città del Peloponneso e anche
alcune del continente, e attendeva l'occasione propizia per dare un colpo alla rivale.
Dal canto suo, Atene non mancava di danneggiare le città della lega peloponnesiaca ogni volta che lo poteva. Tra le città greche, infanti,
le discordie e le lotte erano frequenti, e Atene appoggiava regolarmente gli avversari dei Peloponnesiaci. Era già venuta in urto con
Corinto, una delle più importanti città della lega peloponnesiaca, sostenendo una sua colonia ribelle, Corcira, e assediando un'altra sua
colonia, Potidea, quando, nel 432 prima di Cristo, si volse contro un'altra città pelopon-ncsiaca, alleata di Corinto. Megara, la quale,
sorgendo sull'istmo che congiunge il Peloponneso al continente, faceva da collegamento tra le città peloponnesiache e le città greche del
continente nemiche di Atene, in particolare quelle della Beozia.
In questo anno, infatti, Atene stabili che tutte Ie città della lega attico-delia interrompessero i loro rapporti commerciali con Megara.
Una iniziativa simile significava la fame per Megara, se non si fossc gettata nelle braccia di Atene. Ancor più, significava che Atene
aveva intenzione di esercitare in Grecia una esplicita egemonia. Sparta e Corinto incitarono Megara a non cadere promettendo il loro
aiuto, e si venne così a una guerra fra le due città e tra le due leghe.
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Inizia una guerra rovinosa. Quando si parla troppo di pace, si finisce col fare la guerra. E, in realtà,
questo conflitto, che
implicava quasi tutta la Grecia, era stato voluto da Pèricle il quale, trascinato dal suo sogno di vedere l'Ellade definitivamente
pacificata sotto la guida
della sua città, era convinto di portare in breve Atene a un completo trionfo.
In Atene, invece. si ebbe paura dei rischi di una partita così grossa e si cercò di far cadere Pèricle, il quale. ufficialmente, non era
che un privato cittadino.
Non si osò colpirlo direttamente, ma si intentarono processi ai suoi amici: la più illustre vittima fu lo scultore Fidia, che, accusato di
essersi appropriato di una parte dell'oro e dell'avorio ricevuti per costruire la statua di Atena, fu gettato in prigione e sembra che vi
morisse prima ancora di essere giudicato. Come si è accennato, anche Aspasia, amica e consigliera di Pèricle, caratteristico esempio di
donna intellettuale ateniese, fu accusata di empietà, pretesto a cui gli Ateniesi ricorrevano quando non avevano nulla di meglio da
imputare a qualcuno che non godesse la simpatia popolare, e per poco non fu condannata. Il filosofo Anassagora dovette fuggire in esilio
per evitare una condanna a morte. Ma Pèricle rimase al potere e la guerra seguì il suo corso.
Finisce la prima fase della guerra senza vincitori nè vinti. Atene era debole nell'esercito ma forte nella flotta, e disponeva
inoltre di enormi ricchezze
Con la flotta e con l'oro avrebbe sempre potuto rifornirsi di vettovaglie senza preoccuparsi delle devastazioni che gli eserciti nemici
avrebbero potuto compiere nel suo territorio.
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La peste di Atene del 430 a.C.
La storia dell'antichità riporta numerose descrizioni di epidemie di peste; tuttavia, dato che il termine veniva usato generalmente per
indicare pandemie a letalità elevata non si può parlare con certezza di pandemie pestose prima di quella cosiddetta di Giustiniano (VI
secolo d.C.), che devastò il bacino del Mediterraneo. Da alcune descrizioni pare che alcuni focolai fossero già presenti nel Nord Africa
intorno al III Secolo dell'era cristiana. Il greco Tucidide è il primo storico a descrivere accuratamente un'epidemia che si suppone di
peste anche se alcuni moderni epidemiologi ritengono dalla descrizione che possa essersi trattato anche di vaiolo; Tucidide narra gli
eventi di Atene durante la guerra del Peloponneso (431-430 a.C.).
L'epidemia si dice sia arrivata dall'Etiopia, e che abbia imperversato in Persia ed in Egitto prima di raggiungere la Grecia. Arriva in
un momento critico per la Grecia, in quanto imperversa la guerra del Peloponneso ed Atene è presa d'assedio, tanto che le proprie
condizioni igienico-sanitarie sono molto scarse. Migliaia sono i morti, malgrado l'opera di medici e sacerdoti. Fra le prime vittime vi
fu lo stesso Pericle, la cui morte avvenuta nel 429 a.C. privò Atene di una forte guida.
Comunque gli storici moderni, analizzando la descrizione di Tucidide e dopo attenti studi di paleopatologia, sono giunti alla conclusione
che l'epidemia descritta non fosse altro che una forma di virus influenzale dall'elevata mortalità per la sovrainfezione polmonare da uno
Staphylococcus aureus particolarmente aggressivo.

Sopra: nessuno osò toccare Pericle, ma l'ira cadde sui suoi amici: Fidia, per esempio venne imprigionato.
Sotto: Alcibiade organizzava dei festini che spesso trasmodavano in orge che irritavano gli Ateniesi.

Sotto: un giorno gli Ateniesi trovarono deturpate le erme, e i sospetti caddero sugli amici di Alcibiade.
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Pèricle, dunque, decise di abbandonare senz'altro al nemico le campagne dell'Attica, accolse in città la massa dei
contadini, al sicuro dietro le valide fortificazioni, e iniziò la guerra navale cercando di paralizzare i commerci delle città
peloponnesiache. Il primo anno di guerra si svolse così sostanzialmente favorevole per gli Ateniesi.
Ma nel secondo anno scoppiava ad Atene quella terribile pestilenza di cui lo storico Tucidide ci ha lasciato una impressionante descrizione.
I cadaveri si ammucchiavano insepolti nelle baracche dove era stata raccolta la gente delle campagne, nei templi, nelle strade: nessun
rimedio era efficace contro il morbo: il malcontento si faceva minaccioso. Lo stesso Pèricle, nel 429 avanti Cristo, periva, quasi
settantenne, vittima del contagio lasciando la sua città atterrita, discorde e nel più grave dei pericoli.
Le ostilità continuarono; due uomini dirigevano adesso Atene: Cleone, capo del partito democratico, un ex-commerciante di pelli, rozzo e
violento ma non privo di inpeto e di coraggio, che voleva la guerra a oltranza, e l'aristocratico Nicia, propenso a una riconciliazione.
Dapprima le sorti della guerra parvero dar ragione a Cleone: Mitilene, che si era ribellata agli Ateniesi, fu domata e severamente punita;
furono occupati il porto di Pilo, sulla costa sud-occidentale del Peloponneso, e la vicina isoletta di Sfacteria. Poi il generale spartano
Brasida rialzò le sorti dei Peloponnesiasi infliggendo una dura sconfitta agii Ateniesi ad Anfipoli, nella Tracia. In questa battaglia,
tuttavia cadevano lo stesso Brasida e Cleone, fautori della guerra a oltranza, e Nicia riuscì, nel 421, a trattare una pace che ebbe il
suo nome e riportò suppergiù le cose allo stato di prima.
La pace di Nicia non poteva essere duratura: le due parti erano insoddisfatte, e nel periodo di pace, non fecero che prepararsi a un nuovo
conflitto.
ALCIBIADE

Sopra: Alcibiade.
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Intanto in Atene, emergeva un uomo pieno di intelligenza e di ambizione, Alcibiade, il quale sapeva benissimo che
la partita fra Sparta e Atene non era conclusa, e pensava a una rivincita mediante la quale sperava di mettersi a capo della città.
Alcibiade ci appare assai diverso da Pèricle: abbiamo l'impressione che con lui cominci un'epoca nuova, certo geniale quanto la precedente,
ma meno equilibrata, più agitata da passioni e da ambizioni. Le principali figure di questo periodo hanno tutte, più o meno, un certo
carattere di avventurieri: sono uomini di indubbio valore, spesso geniali, ma non sempre scrupolosi. Amano la vita in modo sfrenato: i
loro festini, che nel palazzo di Péricle erano sempre misurati e sereni, spesso trasnodano in orge: vi si beve vino puro, cosa che
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i Greci non facevano mai perchè il vino greco è forte e dà alla testa: e a notte, quando i convitati tornano alle loro
case, le vie oscure illuminate dalla luce rossastra delle torce portate dagli schiavi, risuonano di canti, di grida, di risa.
I borghesi di Atene si svegliamo di soprassalto brontolando contro i giovanotti ricchi, che non si preoccupano di turbare il loro riposo:
gente che si crede permesso tutto, che non ha più fede negli dèi della Grecia e che tante volte si diverte, di notte, a mettere in ridicolo
le statue: le tingono col cabone, le agghindano con corone burlesche.
Alcibiade appartiene a questa nuova generazione bizzarra che non si riesce a capire bene: frequenta i filosofi, ama la cultura, ha le idee
chiare, non manca di energia ma sembra che faccia tutto per giuoco, per mettersi in mostra, per farsi ammirare. Fra la nuova gioventù
Alcibiade è certo l'uomo più dotato, la mente più lucida; la sua spavalderia gli procura un mucchio di nemici sebbene dalla sua persona
emani un innegabile fascino e il popolo gli voglia bene come a un figlio prediletto e viziato. Lo stesso Sòcrate, quello strano filosofo
che passa le giornate girovagando per le vie e per le piazze di Atene camminando a piedi nudi d'estate e d'inverno, chiacchierando con
tutti, discutendo dei problemi più ardui, del bene, del male, della giustizia, della religione con la stessa bonarietà con cui si potrebbe
parlare delle cose più futili e con una chiarezza di idee che permette anche agli umili di affrontare i più alti temi, ha per Alcibiade
un debole particolare. Lo considera un pò il suo pupillo, cerca di indirizzarlo al meglio, chiude gli occhi sulle sue scapestrataggini,
anche se, quando lo guarda fisso nei suoi occhi ironici passa un'ombra di tristezza.
Un giovane ambizioso. Con la stia rapida visione delle cose e la sia acuta intuizione dei tempi in cui viveva, questo favorito
degli dei e del popolo ateniese non poteva tardare a vedere le possibilitià che si aprivano alla sua ambizione. Pericle aveva visto giusto:
la pace della Grecia era legata alla grandezza di Atene. Ma Pèricle non aveva potuto attuare il suo programma: la vita di un uomo non era
stata sufficiente a tanto. Adesso toccava forse a lui, Alcibiade, coronare l'opera del maestro. Per giungete a questo, però bisognava
veder lontano, bisognava seguire una politica dai vasti orizzonti. L'antagonismo fra Atene e Sparta non poteva ormai risolversi sul
suolo greco: il mondo si era ingrandito, nell'Occidente erano avvenuti interessanti fatti nuovi che non si potevano trascurare, e, con
ogni probabilità, il destino di Atene era nell'Occidente.
In realtà, nell'Occidente, in Sicilia e nella Magna Grecia, stava sorgendo un mondo nuovo. Le città greche erano fiorenti, si arricchivamo
sempre più con i commerci, si rivestivano di mani al pari di Atene, e, intorno a loro, sorrideva uno scenario naturale assai più bello di
quello che circondava l'acropoli: il clima era più mite, il cielo più azzurro, la
terra più verde e feconda. Quelle antiche colonie erano adesso grandi città autonome, pronte a far concorrenza alla madrepatria: la
maggiore di esse, Siracusa, mirava evidentemente a mettersi a capo del mondo occidentale e a divenire il centro dei commerci mediterranei.
Bisognava dunque intervenire mentre si era in tempo, approfittare delle discordie che agitavano quelle città e dei due pericoli che
le minacciavano: la potenza dei
Cartaginesi in Africa e quella delle popolazioni dell'Italia centrale e meridionale. Atene doveva volgere le sue mire laggiù, mettersi a
capo dell'Occidente greco e
assicurarsi là un grande dominio che nessuno avrebbe potuto più contrastarle. E Alcibiade si sentiva capace di portare a compimento questo
progetto, appena gli
si fosse presentata l'occasione opportuna.
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Lo scandalo delle erme. E l'occasione si presentò. Un giorno arrivarono ad Atene ambasciatori di una città
alleata, Segesta, in Sicilia, chiedendo aiuti per una loro contesa con la città di Selinunte, fortemente appoggiata da Siracusa. Gli
Ateniesi erano incerti: il prudente Nicia era decisamente contrario all'impresa che avrebbe portato lontano la flotta ateniese in un
momento in cui Sparta e i suoi alleati si stavano preparando a nuovi cimenti. Alcibiade, da parte sua, si gettò a corpo morto a
sostenere la necessità di una spedizione in Sicilia: padroni dell'Occidente,
gli Ateniesi avrebbero avuto in mano tutta l'attività commerciale della Grecia. E la maggioranza del popolo approvò senz'altro la tesi del
suo beniamino.
Allo stesso Alcibiade e ad altri due generali, Nicia e Làmaco, fu dunque affidato il comando della flotta che avrebbe dovuto salpare per
la Sicilia in aiuto di Segesta. E la flotta stava per far vela quando avvenne un incidente singolare, apparentemente di poca importanza,
ma che avrebbe avuto conseguenze decisive, e che mostra quanto fosse in realtà passionale e volubile l'animo degli Ateniesi.
Un mattino i popolani di Atene, usciti per le vie, come al solito, alle prime luci dell'alba, si accorsero sbigottiti che i busti di Ermes
posti agli angoli dei crocicchi, le cosiddette " crine ", erano stati deturpati durante la notte: dappertutto nasi rotti, occhi e menti
sbreccati. Evidentemente un altro tiro di quei giovani gaudenti che di giorno sembravano tanto saggi e di notte erano tanto matti. I nemici
di Alciblade non esitarono: era lui quello che capeggiava quei giovanotti, ed era certo lui il maggior responsabile della profanazione. E
il popolo fu improvvisamente contro il suo favorito.
Il processo, comunque, fu rimandato al termine della spedizione e Alcibiade potè partire egualmente per la Sicilia: ma quando egli,
con Nicia e Làmaco, stava già facendo i piani per raccogliere le città siciliane contro Siracusa, due navi lo raggiunsero con l'ordine di
tornare in patria per essere giudicato: i suoi nemici avevano avuto il sopravvento. Il fiero generale non volle sottomettersi e, cedendo
alla sua natura passionale, fuggì all'arresto rifugiandosi a Sparta; gli Ateniesi lo condannarono a morte in contumacia.
" Li costringerò ad accorgersi che sono ancora vivo! " esclamò Alcibìade pieno di furia quando lo seppe. E da quel momento fu uno
dei più fieri avversari di Atene.
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La guerra in Sicilia. Privata del suo miglior generale per uno di quei ripicchi popolari che purtroppo
rappresentano il lato negativo delle democrazie, l'armata ateniese si trovò presto in difficoltà. Nicia e Lamaco iniziarono l'assedio
di Siracusa ma con scarso successo, finchè Lamaco fu ucciso in una zuffa navale. D'altra parte, giungevano a Siracusa aiuti spartani
sotto il comando di Gilippo. Nicia, malato e solo alla direzione di una guerra che non aveva voluto, si prodigava con tutte le sue
forze, ma non riusciva a dominare la situazione. Gilippo non gli lasciava tregua e, a un certo momento, la flotta ateniese si trovò
bloccata nel porto di Siracusa, intanro l'esercito di terra che assediava la città si vide assediato a sua volta.
Invano giunse da Atene una flotta di rinforzo: fu presto evidente che l'unico mezzo per salvare l'armata ateniese era quello di forzare
improvvisamente il blocco e tornare in patria, accettando il fallimento della spedizione. E Nicia, per quanto controvoglia, si decise a
questo. Ma, la notte che precedette il tentativo, un'eclisse di luna parve cattivo presagio; l'oracolo annunciò che bisognava attendere
ancora ventisette giorni; Nicia proibì alla flotta di fare vela.
Naturalmente i Siracusani approfittarono di questa sosta per rafforzare il blocco: legarono le loro navi con catene davanti all'imboccatura
del porto. Ne fecero una barriera insuperabile. Contro questa barriera le navi ateniesi si gettarono con le forze della disperazione e
per un momento parve che fossero riusciti a spezzarla. Dalle rive, le truppe di terra che assistevano ansiose e impotenti al combattimento
incitavano i combattenti con le loro grida, sapendo che dalla vittoria o dalla sconfitta dipendeva la loro sorte. Infine gli Ateniesi
furono respinti: ogni fuga era impossibile.
Una ritirata per via di terra fra popolazioni ostili si concluse in un disastro: gli eserciti furono in parte distrutti, in parte catturati
e lasciati languire
nelle " latomie ", le cave di pietra che i Siracusani avevano scelto come campo di concentramento. Nicia fu ucciso.
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L'ultima parte della guerra peloponnesiaca.Frattanto, a Sparta, Alcibìade, assetato di vendetta, era
riuscito facilmente a
riaccendere
l'antica guerra. Il gaudente di un tempo ostentava adesso i severi costumi spartani ed era divenuto il consigliere dei nemici della
sua città. Per sua istigazione le milizie spartane avevano invaso l'Attica e ne devastavano sistematicatneute il territorio.
Alcibiade, però, era troppo ateniese per non sentire il desiderio della patria e troppo ambizioso per non tentare ancora di esserne a capo.
Nello stesso tempo, in Atene, il partito democratico, oppresso dall'aristocrazia, che si era imposta con un colpo di stato, pensava di
riconciliarsi con l'antico beniamino e richiamuarlo. Così Alcibìade riuscì a ottenere il comando di una piccola flotta ateniese stanziata
a Santo e, con quella, sconfisse la flotta spartana, che bloccava l'Ellesponio per impedire che giungessero ad Atene i rifornimenti di
grano dal Mar Nero. Solo allora accettò di tornare in patria, dove fu accolto come un trionfatore da un popolo nuovamente entusiasta che
gli gettava ghirlande di rose.
Le sorti della guerra parvero così rialzarsi per Atene ma solo per poco. A Sparta fu nominato comandante di flotta l'astuto e ambizioso
Lisandro, il quale iniziò con Alcibìade, comandante della flotta ateniese. una lotta
di scaltrezza. Evitò a lungo di attaccar battaglia dando l'impressione di annientarla.
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Dopo, approfittando di un'assenza di Alcibiade, aggredi di sorpresa la flotta ateniese e la distrusse quasi interamente.
Alcibiade, per quanto non responsabile del disastro, perse d'un colpo, per la seconda volta, la sua popolarità e dovette abbandonare
la patria ritirandosi sdegnoso in un suo castello sull'Ellesponto, dove rimase ormai inutile spettatore dei guai della sua città.
La lotta continuò con varie vicende soprattutto per mare; Sparta, per abbattere la rivale, non aveva esitato ad allearsi col
tradizionale nemico della Grecia, il
Persiano, rafforzando la sua flotta con navi persiane. Una vittoria ateniese presso le isole Arginuse, davanti a Mitilene, sulle coste
dell'Asia Minore, avrebbe potuto risollevare Atene, se la perdita di quattromila uomini nel mare infuriato non avesse esasperato l'animo
popolare. Sei ammiragli, accusati di non aver salvato dalle onde quegli sciagurati, furono condannati a morte, e la vittoria ebbe così
le conseguenze morali di una sconfitta.
Infine Lisandro, giocando ancora di scaltrezza, riuscì a cogliere di sorpresa la flotta ateniese presso Egospotami, nell'Ellesponto, in
un momento in cui gli
equipaggi erano scesi a terra in cerca di vettovaglie, e la catturò intera senza quasi combattere. Era la fine di Atene. Assediata per
terra e per mare- senza flotta, affamata, la città resistette ancora ma, nel 404 avanti Cristo, dovette arrendersi.
I vincitori volevano raderla al suolo; la tradizione vuole che Atene fosse salvata da un Focese che, declamando un brano di Euripide,
fece risparmiare una città
che aveva tanto dato alla civiltà greca. Ma si volle mettere l'attica dominatrice in condizioni di non poter più minacciare.
Le lunghe mura che collegavano la città al Pireo furono abbattute al suono squillante dei pifferi dei vincitori, la flotta venne
ridotta a sole dodici navi e l'egemonia ateniese venne distrutta
per sempre.
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