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Infine quello di Sallustio, che raffronta Cesare e Catone:
« Dunque, per la nascita, l'età, l'eloquenza, più o meno si equivalevano. Eguale la grandezza dell'animo e la gloria; ma nelle
altre cose diversi: Cesare tenuto in gran conto per la generosità, la larghezza, Catone per l'integrità della vita; il primo salito alla celebrità per la mitezza e la clemenza, il secondo per il rigore. Cesare ha raggiunto la fama a forza di donare, soccorrere, perdonare, Catone con il non concedere mai nulla a nessuno. L'uno, il rifugio dei poveri, l'altro, il flagello dei malvagi; di uno era lodata la condiscendenza, dell'altro la fermezza; Cesare, infine, s'era proposto di lavorare, vigilare e, per tener dietro agli interessi dei suoi amici, trascurare i propri e non rifiutare mai nulla che valesse la pena di regalare; ambiva ad un comando importante, a un esercito, a una guerra nuova, nella quale potesse emergere il suo valore. Catone era incline alla modestia, al decoro e, soprattutto, all'austerità. Non gareggiava di lusso con i ricchi, d'influenze con gli intriganti, ma di valore con il prode, di riserbo con il modesto, d'integrità con l'onesto. Preferiva essere virtuoso che parerlo e, di questo passo, quanto meno inseguiva la gloria tanto più essa lo seguiva. »
(Sallustio, De Catilinae coniuratione, cap. 54; trad. di Lidia Storoni Mazzolani, La congiura di Catilina.)
I suoi gusti nella sfera sessuale furono spesso motivo di pettegolezzo e canzonatura da parte sia dei suoi detrattori che dei suoi stessi soldati.
La sua fama di rubacuori a tutto campo veniva sintetizzata da Cicerone secondo cui egli era "il marito di tutte le mogli e la moglie di tutti i mariti". Infatti, la pratica dell'omosessualità, molto diffusa in Oriente, era guardata con sospetto a Roma, dove veniva considerata un atto di sottomissione di un uomo nei confronti di un altro uomo. Dopo decenni dalla presunta relazione di Cesare con Nicomede IV di Bitinia, infatti, i legionari, durante le celebrazioni del trionfo sulla Gallia nel 46 a.C., intonavano, secondo Svetonio, queste strofette scherzose, che godevano di immensa popolarità in tutta l'Urbe:
« Cesare sottomise le Gallie, Nicomede sottomise Cesare:
ecco ora trionfa Cesare che sottomise le Gallie,
e non trionfa Nicomede, che sottomise Cesare! »
Anche altri, d'altronde, canzonavano Cesare per il suo presunto rapporto con Nicomede. Licinio Calvo scrisse dei versi, anch'essi conosciutissimi, che recitavano:
Tutto quel che Bitinia / e lo stuprator di Cesare mai ebbe; Dolabella lo definì rivale della regina, mentre un tale Ottavio, che aveva salutato Pompeo Magno come re, salutò Cesare come regina; Cicerone, dopo aver scritto nelle sue Epistulae che in Bitinia il discendente di Venere, introdotto dalle guardie nella stanza del re, era giaciuto con una veste purpurea nell'aureo letto, dove aveva perduto il fiore della sua gioventù, quando in senato lo stesso Cesare, nel perorare la causa della figlia di Nicomede, accennò ai benefici ricevuti dal padre, rispose: "Passiamoci sopra, in quanto è ben noto cosa tu abbia dato a lui e lui a te".
Gaio Valerio Catullo sostenne che Cesare e il suo ufficiale Mamurra avessero avuto una relazione, ma più tardi si scusò: in quest'episodio Cesare dimostrò tutta la sua clementia, concedendo al poeta il suo perdono e lasciandogli frequentare la sua domus. Marco Antonio, infine, insinuò, nel tentativo di diffamare il suo avversario durante la guerra civile, che Cesare avesse avuto un rapporto anche con il nipote Ottaviano, e che la causa della sua adozione fosse stata proprio la loro relazione amorosa.
In merito ai suoi amori femminili, Svetonio gli attribuisce numerose relazioni, che gli costarono anche notevoli somme di denaro; lo stesso autore dice peraltro che il suo più grande amore fu Servilia Cepione, madre di Marco Giunio Bruto, che fu sua amante per moltissimi anni ed alla quale fece favolosi doni. Proprio questo rapporto sarebbe all'origine della celebre frase sopra citata e pronunciata nei confronti di Bruto mentre veniva colpito da quest'ultimo.
Vexata quaestio anche per gli storici antichi fu, poi, lo stato di salute di Cesare: Plutarco racconta che più volte egli rimase vittima di attacchi di mal di testa e di epilessia, e anche Svetonio, oltre che nel suddetto ritratto, fa più volte riferimento al non perfetto stato di salute di Cesare. Tuttavia, risulta tuttora difficile credere che Cesare abbia potuto portare così brillantemente a compimento le sue campagne in un cattivo stato di salute: gli attacchi di epilessia, infatti, a differenza di quelli di mal di testa, sono stati attestati solo negli ultimi anni della sua vita. La sua salute cagionevole non è poi tra le motivazioni che i suoi detrattori addussero nelle loro orazioni anticesariane, ed è perciò da escludersi che una qualsiasi forma di epilessia si fosse manifestata durante la giovinezza. I sintomi descritti tanto sommariamente da Plutarco e Svetonio, che subito li ricondussero al morbus comitialis, possono, alla luce delle odierne conoscenze, ricondursi a più cause, come un trauma cranico, una malattia del nervo vago, un tumore o anche una semplice ipoglicemia. Poiché è altamente probabile che Augusto abbia poi fatto censurare ogni documento che accennava alla malattia del suo illustre zio, è impossibile reperire notizie certe, ma resta comunque probabile che Cesare, che aveva tra l'altro raggiunto un'età venerabile, fosse affetto, durante i suoi ultimi anni, da qualcosa di ben più grave di una semplice epilessia.
Cesare storico e scrittore
La sua opera di scrittore - racchiusa principalmente nei suoi commentari sulla guerra in Gallia (De bello Gallico) e sulla guerra civile contro Pompeo e il senato (De bello civili) - pone Giulio Cesare tra i più grandi maestri di stile della prosa latina.
Frontespizio di un'edizione del De bello Gallico e del De bello civili.
Le narrazioni, apparentemente semplici ed in stile diretto, sono di fatto un annuncio molto sofisticato del suo programma politico, in modo particolare per i lettori di media cultura e per la piccola aristocrazia d'Italia e delle province dell'Impero.
Le sue principali opere letterarie giunte sino a noi sono:
* i commentari sulle campagne per sottomettere i Galli, fra il 58 e il 52 a.C. (Commentarii de bello Gallico). L'opera consta di sette libri, più un libro ottavo, composto probabilmente dal luogotenente di Cesare, Aulo Irzio, per completare il resoconto della campagna e coprire il lasso di tempo che separa la guerra di Gallia da quella civile: si tratta di un'opera dallo stile lineare ma piacevole, con interessanti riferimenti etnografici sulle popolazioni incontrate durante il viaggio. Cesare, per aumentare l'obiettività dell'opera, usa la terza persona, anche se si tratta chiaramente di un metodo per esaltare la sua figura personale e per metterla in rilievo nella narrazione e nelle vicende descritte. Le descrizioni sono comunque fredde e asettiche, prive di enfasi retorica e partecipazione emotiva: anche le scelte più terribili, come quelle di sterminare migliaia di persone, appaiono così non solo necessarie, ma addirittura prive di un'alternativa.
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Il De bello Gallico risulta così essere un'apologetica opera di propaganda della campagna di Gallia;
* i commentari sulla guerra civile contro le forze di Pompeo e del senato (Commentarii de Bello Civili). In tre libri Cesare spiega e racconta la guerra civile del 49 a.C. ed il suo rifiuto di ubbidire al senato;
* un epigramma in versi su Terenzio, del quale sono giunti a noi solo alcuni frammenti.
Le opere perdute includono: diverse orazioni (in una di esse - l'elogio funebre della zia Giulia - si affermava la discendenza della gens Iulia da Iulo e quindi da Enea e Venere); un trattato in due libri su problemi di lingua e stile (De analogia), terminato nell'estate del 54; vari componimenti poetici giovanili; una raccolta di detti memorabili; un poema sulla spedizione in Spagna nel 45; un pamphlet in due libri, intitolato Anticato o Anticatones, contro la memoria di Catone Uticense, scritto in polemica con l'elogio di Catone composto da Cicerone su richiesta di Bruto.
Infine, opere spurie sono, oltre al libro ottavo del De bello Gallico, tre opere del cosiddetto Corpus Caesarianum:
* Bellum Hispaniense, sulla guerra in Spagna
* Bellum Africum, sulla guerra in Africa
* Bellum Alexandrinum, sulla guerra in Medio Oriente ed Egitto
e i resoconti degli ultimi avvenimenti della guerra civile, composti da ufficiali di Cesare. In queste tre ultime opere risulta evidente il diverso stile della prosa, evidentemente meno limpido ed entusiasmante di quello utilizzato da Cesare nelle sue due opere.
Gli autori di queste opere spurie erano probabilmente dei luogotenenti molto fedeli a Cesare, tra i quali figurano Gaio Oppio e, forse nella redazione del Bellum Alexandrinum, lo stesso Aulo Irzio.
Sulla figura di Cesare come scrittore, significativo è il seguente passo di Svetonio:
« Eguagliò o superò la gloria dei migliori, tanto nell'eloquenza quanto nell'arte militare. Dopo la sua accusa contro Dolabella, fu, senza ombra di dubbio, annoverato tra gli avvocati principi. Sta di fatto che Cicerone, nel Bruto, elencando gli oratori, dice: "Non vedo a chi Cesare debba cedere il passo: ha un'esposizione elegante, chiara e, in un certo senso, anche magnifica e generosa".
In una lettera a Cornelio Nepote ne parla così: "Chi, dimmi, gli vorresti anteporre, anche cercando tra quegli oratori che non si siano mai dedicati ad altro? Chi più di lui è arguto o ricco nei concetti? Chi è più ornato o più elegante nelle espressioni?"
Da giovane aveva preso a modello, a quanto pare, Strabone Cesare, e nella sua Divinazione ne riportò letteralmente alcuni brani, tolti dall'orazione Per i Sardi. Pronunciava i discorsi, dicono, con voce alta ed acuta, e il suo gestire era concitato ed ardente, ma non privo di eleganza. Ci rimangono alcune sue orazioni, ma in alcuni casi l'attribuzione non è sicura. Augusto stima con ragione che quelle intitolata Per Quinto Metello non sia stata pubblicata da lui ma raccolta da qualche stenografo che non riusciva perfettamente a tenergli dietro mentre parlava; e infatti su alcune copie trovò l'indicazione scritta per Metello invece del titolo Per Quinto Metello, benché il discorso sia in persona di Cesare e in difesa propria e di Metello contro gli accusatori di entrambi. Lo stesso Augusto reputa molto azzardato attribuirgli anche le orazioni Ai soldati in Ispagna, tramandate in numero di due: una sarebbe stata pronunciata in occasione del primo combattimento, e l'altra per il successivo, nel quale però Asinio Pollione sostiene che non ebbe neppure il tempo di arringare le truppe per l'improvviso attacco del nemico.
Lasciò anche dei Commentari sulle sue gesta nella guerra gallica e in quella civile contro Pompeo. È però incerto che sia l'autore anche di quelli sulla guerra alessandrina, su quella africana e su quella spagnola. Alcuni li attribuiscono a Oppio e altri a Irzio, che terminò anche l'ultimo libro del De bello Gallico, altrimenti rimasto incompiuto. Parlando dei Commentari di Cesare, Cicerone così si esprime nello stesso Bruto:
"Scrisse anche dei Commentari che si devono assolutamente ammirare: sono nudi, scarni e belli, spogliati di qualsiasi ornamento oratorio come un corpo della sua veste. Ma, mentre volle offrire agli altri il materiale per scrivere la storia, forse fece opera grata agli inetti che vorranno agghindarlo con riccioli artificiosi, ma distolse i sani di mente dallo scriverne".
Così scrive Irzio, riferendosi agli stessi Commentari:
"Sono tanto universalmente lodati che sembrano voler togliere e non offrire ad altri l'occasione di scrivere sullo stesso argomento. Per quanto mi riguarda, la mia ammirazione è ancora maggiore; tutti infatti ne conoscono la purezza e l'eleganza dello stile, ma io so anche con quanta facilità e rapidità furono scritti".
Asinio Pollione, invece, li reputa scritti con scarsa cura e con poco rispetto della verità. "Infatti" dice "in molti casi Cesare prestò fede con leggerezza alle imprese riferite da altri, e in quanto alle proprie le riportò in modo inesatto, sia per deliberato proposito che per errore di memoria, e credo li avrebbe voluti riscrivere e correggere".
Cesare lasciò anche due libri Sull'analogia e altrettanti di un Anticatone, e inoltre un poemetto Il viaggio. Scrisse la prima di queste due opere durante il passaggio delle Alpi, mentre dalla Gallia Citeriore tornava al comando dell'esercito, dopo aver tenuto le assise come pubblico magistrato. La seconda fu scritta su per giù all'epoca della battaglia di Munda; l'ultima quando da Roma raggiunse la Spagna Ulteriore in ventitré giorni. Ci rimangono anche le lettere da lui indirizzate al senato, lettere che egli per primo piegò in pagine, come fossero libretti di annotazioni, mentre fino ad allora i consoli e i magistrati mandavano i fogli scritti per intero, su tutta la loro larghezza. Ci resta anche qualche lettera a Cicerone, e ai familiari su questioni domestiche. In queste ultime, quando voleva scrivere qualcosa di segreto o di riservato, lo metteva in cifra, mutando cioè l'ordine delle lettere, in modo da togliere ogni significato alle parole. Chi vuole esaminarle e decifrarle non ha che da cambiare la quarta lettera dell'alfabeto, la d, in a, e seguitare così con le altre. Si ricorda che [...] da giovane scrisse alcune operette, quali un poemetto In lode di Ercole, una tragedia, Edipo, e anche una Raccolta di sentenze. Augusto vietò la pubblicazione di queste operette con una brevissima e semplice lettera a Pompeo Macro, che aveva l'incarico di riordinare le biblioteche. »
(Svetonio, Cesare, 55-56, adattamento della traduzione di Felice Dessì)
La grandezza di Cesare nella Storia
Giulio Cesare non ebbe mai il titolo di "principe del senato" o di "augusto" come Ottaviano. Tuttavia fu dittatore dal 49 a.C. al 44 a.C., come non era mai successo in precedenza, e il titolo di imperatore nel suo significato moderno corrispose al titolo di Caesar (Cesare) nella storia di Roma almeno fino all'inizio della tetrarchia. Svetonio infatti, nelle sue Vite dei dodici Cesari (De vita Caesarum), chiama per l'appunto Cesari (Caesares) i dodici imperatori di cui tratta, ed inizia la sua narrazione proprio a partire da Giulio Cesare.
Il nome "Cesare" rimane in molte lingue come sinonimo di "comandante", "leader"; il tedesco Kaiser, il russo Zar ed il persiano Scià hanno la stessa radice del nome di Cesare, e ci furono in tempi successivi molti imperatori con quel nome. Infatti, la pronuncia latina del nome, nel I secolo a.C., era Cáisar : consonante velare e dittongo si sono mantenuti in tedesco.
Nei centri urbani islamici viene chiamato qaysariyya il quartiere dei commercianti cristiani.
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