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GIULIO CESARE IL VINCITORE

Giulio Cesare dopo aver sconfitto gli ultimi seguaci di Pompeo venne onorato con quattro trionfi ......

 
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La storia diventa romanzo.
Abbiamo visto come Pompeo Magno, sconfitto da Cesare a Farsalo, era fuggito in Egitto imbarcandosi con pochi amici per l'Egitto, dove sperava di trovare un rifugio e una base per la riscossa. A quel tempo, l'Egitto era l'unico paese libero del Mediterraneo libero da Roma.
Il re egiziano Tolomeo XIII era un ragazzo di tredici anni e poco capiva di politica, ma i suoi ministri capirono subito che era poco saggio aiutare uno sconfitto contro un uomo così potente: lo sciagurato Pompeo, fu accolto su una nave egiziana e ucciso a tradimento al momento che stava per mettere piede a terra.
Cesare seppe della morte di Pompeo già prima di raggiungere l'Egitto ma volle continuare il viaggio pensando che poteva essere la volta buona per fare sentire all'Egitto il dominio di Roma. Giunto in Egitto, quando gli fu mostrata la testa imbalsamata dell'avversario, Cesare ne fu sconvolto e reagì con parole di sdegno.
E, qui la storia divenne romanzo: Cesare fu accolto nel palazzo di Ales- sandria e intorno a lui si svolgeva una complessa e segreta vita di corte orientale. In Egitto era in corso una contesa dinastica tra lo stesso Tolo- meo XIII e la sorella Cleopatra VII. Cesare, nell'intento di punire il fa- raone per l'uccisione di Pompeo, decise di riconoscere come sovrana del paese Cleopatra, con la quale intrattenne una relazione amorosa e generò un figlio, Tolomeo XV, meglio noto come Cesarione. La scelta di Cesare non fu ben accolta dalla popolazione di Alessandria d'Egitto, che lo costrinse a rinchiudersi con Cleopatra nel palazzo reale; qui il generale romano, disponendo di pochissimi soldati, fu costretto a costruire opere di fortificazione, e a rimanere bloccato nel palazzo fino all'arrivo dei rinforzi. Nel frattempo il giovane Tolomeo e i suoi ministri non accetta- rono la scelta fatta da Cesare e iniziarono a tramare contro. A un certo punto egli con i suoi 4000 uomini che lo accompagnavano, si videro contro la guarnigione che i Romani avevano ad Alessandria, fedele a Pompeo, e le milizie egiziane. Cesare tentò più volte di rompere l'assedio usando le poche navi che aveva a disposizione, ma fu sempre respinto e durante uno di questi combattimenti, addirittura, saltato giù dalla sua nave distrutta, fu costretto a mettersi in salvo a nuoto, tenendo un braccio, in


Sopra: Elizabeth Taylor nel film Cleopatra (1963).
Sotto: sconfitti gli ultimi seguaci di Pompeo, Cesare fu onorato con quattro trionfi.

cui reggeva i suoi Commentari, fuori dall'acqua. In una sortita verso il porto Cesare incendiò l'arsenale.Disgraziatamente vi era li presso la biblioteca, la più grande del mondo un tesoro inestimabile di manoscritti d'arti e di scienze provenienti da tutto il mondo ellenistico, e anche essa andò distrutta. Dopo mesi di assedio, Cesare fu liberato e in breve Tolomeo fu sconfitto e perì nel Nilo fuggendo mentre la corona rimase a Cleopatra. Il generalissimo poté riprendere attivamente la guerra contro i Pompeiani, che si erano ormai riorganizzati: il re del Ponto Farnace II, a suo tempo alleato di Pompeo, aveva attaccato i possedimenti romani, mentre molti esponenti della nobilitas senatoriale si erano rifugiati, sotto il comando di Catone l'Uticense, in Africa.

Cesare decise di recarsi in Siria per combattere Farnace, che aveva sconfitto le scarne guarnigioni romane: dopo alcuni fallimentari tentativi di trattativa, Cesare mosse contro Farnace a Zela, dove lo sconfisse senza nessuna fatica, costringendolo a ritirarsi verso nord. Qui Farnace tentò di riorganizzarsi reclutando nuove truppe, ma fu sconfitto e ucciso da un suo ex collaboratore.
Ristabilita la pace in Oriente, nel 46 a.C. Cesare tornò a Roma, dove alcune legioni al comando di Marco Antonio si stavano ribellando, in attesa della somma di denaro che lo stesso Cesare aveva promesso loro prima della battaglia di Farsalo. Con un'abile mossa, Cesare fece leva sull'orgoglio dei legionari e sull'attaccamento che provavano verso di lui per convincerli a rimanere al suo servizio, e con essi partì per l'Africa.
Qui i pompeiani, che erano sotto la guida di Catone, avevano radunato un grande esercito, affidato a Tito Labieno e Quinto Cecilio Metello Pio Scipione Nasica, e avevano stretto alleanza con il re di Numidia Giuba I. Dopo alcune scaramucce, Cesare diede battaglia presso Tapso, dove sconfisse l'esercito avversario. Metello e Giuba morirono in battaglia, mentre Catone, che era a capo della rivolta, venuto a sapere della sconfitta, si suicidò a Utica. Labieno e i due giovani figli di Pompeo, Gneo e Sesto, riuscirono invece ad evitare la cattura e a rifugiarsi in Spagna.
Pacificata l'Africa, Cesare poté tornare a Roma nel corso del 46 a.C., dove fu gioiosamente accolto dalla popolazione: la pace sembrava essere tornata, e l'Italia non aveva dovuto essere il teatro di nuove violenze, come lo era stata durante le precedenti guerre civili. Di Cesare, anzi, si lodava la clemenza, che lo aveva spinto a risparmiare ed accogliere presso di sé tutti i pompeiani che gli si erano presentati dopo Farsalo, e ad evitare nuovi eccidi come le proscrizioni sillane, di cui aveva rischiato di rimanere vittima nella giovinezza. Giunto a Roma, inoltre, poté annunciare l'annessione delle Gallie e della Numidia e la conferma del protettorato sull'Egitto, assicurando così all'Urbe un migliore rifornimento di generi alimentari (tra cui il grano e l'olio), che allontanava il pericolo di carestie ed altri eventuali problemi di approvvigionamento.
Tra l'agosto e il settembre del 46 a.C., celebrò quattro volte il trionfo, per tutte le campagne militari che aveva con successo portato a termine: quella di Gallia, quella in Egitto, quella in Siria contro Farnace e quella in Africa. In ogni occasione Cesare, vestito di abiti di porpora, percorse sul carro trionfale la via Sacra, mentre dietro di lui scorrevano i legionari, il bottino e i prigionieri. I soldati, in particolare, durante la processione, declamavano versi di lode o scherno nei confronti del generale, prendendone ora in giro i costumi sessuali e celebrandone ora le vittorie: sono un esempio il carmen triumphale di cui sotto o il cartello che recava la scritta" Veni, vidi, vici" (Venni, vidi, vinsi), e che descriveva la fulminea vittoria in Siria. Particolarmente suggestiva fu la celebrazione del trionfo sulle Gallie, durante la quale Cesare salì sul Campidoglio sfilando tra quaranta elefanti che reggevano dei candelabri. Ad ornare il corteo, in quell'occasione, ci fu Vercingetorige che, catturato da Cesare ad Alesia, era da cinque anni rinchiuso in prigione; terminata la celebrazione fu subito strangolato.
In occasione dei suoi trionfi, Cesare offrì agli abitanti di Roma rappresentazioni teatrali, corse, giochi di atletica, lotte tra gladiatori e ricostruzioni di combattimenti terrestri e navali (si trattò delle prime naumachie mai rappresentate a Roma), e organizzò dei banchetti ai quali presero parte oltre duecentomila persone. Utilizzando i bottini delle varie campagne, che ammontavano a oltre 600.000 sesterzi, poté finalmente elargire le somme di denaro che aveva da tempo promesso al popolo e ai legionari: ogni abitante dell'Urbe beneficiò di 75 denari, a cui se ne andarono ad aggiungere altri 25 come indennizzo per il ritardo nella consegna dei denari stessi; ogni legionario, invece, ricevette 24.000 sesterzi e un lotto di terra. Cesare, infine, annullò le pigioni che ammontavano, a Roma, a meno di 1000 sesterzi, e quelle che ammontavano, in tutto il resto dell'Italia, a meno di 500. Contemporaneamente, Cesare poté soddisfare le rivendicazioni dei populares, avviando la riorganizzazione del mondo romano. Ordinò un censimento degli abitanti di Roma in modo da poter migliorare la gestione cittadina, e fondò nuove colonie nelle province dove fece insediare oltre 80 000 tra esponenti del sottoproletariato urbano di Roma e soldati in congedo: in questo modo poté rifondare città come Cartagine e Corinto, distrutte in guerra quasi centocinquant'anni prima.

La pace ristabilita dopo Tapso si rivelò quanto mai precaria, e già sul finire del 46 a.C. Cesare fu costretto a recarsi in Spagna, dove i pompeiani si erano ancora una volta riorganizzati sotto il comando dei superstiti della guerra d'Africa, i due figli di Pompeo e Tito Labieno. Si trattò della più difficile e sanguinosa di tutte le campagne della lunga guerra civile, dove l'abituale clemenza lasciò il passo ad efferate crudeltà da ambo le parti. La guerra si concluse con la battaglia di Munda, nell'aprile del 45 a.C., dove Cesare affrontò finalmente i suoi avversari sul campo, e li sconfisse irreparabilmente. Si trattò, comunque, della più pericolosa delle battaglie combattute da Cesare, che arrivò persino a disperare della vittoria e a pensare di darsi la morte. Tito Labieno cadde sul campo, mentre Gneo Pompeo fu ucciso poco tempo dopo; solo Sesto riuscì a salvarsi, rifugiandosi in Sicilia. Alla vittoria contribuì, seppure in minima parte, il giovane pronipote dello stesso Cesare, Ottavio, che, giunto in Spagna dopo un lungo periodo di malattia, diede prova del suo valore, spingendo lo zio ad adottarlo nel testamento.
Tornato a Roma nell'ottobre, Cesare, eliminato finalmente ogni oppositore, celebrò il trionfo sui figli di Pompeo che aveva appena sconfitto nella campagna ispanica: si trattava di un qualcosa che non era affatto contemplato dalla tradizione romana, che permetteva la celebrazione di un trionfo solo su genti esterne e non su cittadini romani. Anche Silla, che pure aveva riformato la res publica secondo il suo volere, non aveva celebrato alcun trionfo per le vittorie nella guerra civile contro i populares. Cesare, inoltre, decise di concedere il trionfo anche al nipote Quinto Pedio, infrangendo così anche la tradizione che prevedeva che ad ottenere il sommo riconoscimento delle proprie azioni belliche fossero esclusivamente i generali, e non i loro luogotenenti. Il comportamento di Cesare, che apparve anche ai suoi contemporanei come un pericoloso errore politico, turbò profondamente il popolo romano, che vide così festeggiare le distruzione della stirpe del più forte e più sventurato tra i Romani.


Sopra: busto di Cesare - Vienna Kunsthistorisches Museum.
Sopra: Cleopatra e Cesarione nel tempio di Dendera, Egitto.
Sotto: busto di Augusto che indossa la corona civica.
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