Tutte le mattine dovevano provvedere ad arricciare i capelli della padrona e ad intrecciarli in modo da creare alte ed elaborate pettinature; dovevano poi depilarla ed infine curare il trucco
per il quale erano pronte file di bottigliette e di barattoli.
La fronte e le braccia dovevano esser tinte di bianco, con gesso e biacca: le labbra di rosso, con ocra o feccia di vino; le ciglia venivano annerite con la fuliggine o la polvere di antimonio ed una sfumatura di nero veniva data anche intorno agli occhi. Per mantenere bianchi i denti si usava, tra l'altro, la polvere ottenuta tritando il corno.
Poi la signora si abbigliava e l'ornatrice le metteva un diadema sui capelli, gli orecchini, braccialetti al polso e al braccio, anelli alle dita ed infine, ultimo grido della moda, un cerchio d'oro alle caviglie. E non si aggiungeva altro solo per mancanza di spazio. Finito il lavoro, l'ornatrice era stanca morta e la padrona nervosa, sicché bastava un ricciolo fuori di posto perché la poveretta, in cambio della fatica, si prendesse botte o colpi di spillo.
Le cose andavano meglio per lei quando la padrona era calva, dacché in quel caso si trattava solo di sistemare trecce posticce o una parrucca. E di donne calve, a quanto pare, ve ne era un buon numero se si giunse ad importare tante parrucche da indurre il governo a mettervi sopra una tassa d'importazione. Le parrucche, specie quelle nero ebano, venivano di solito dall'India; ma sul mercato se ne potevano trovare anche di bionde per le quali la tinta si otteneva cospargendole di sego di capra misto con cenere di faggio.
In complesso, dunque, si faceva un tale uso di parrucche, di trecce finte e di cosmetici, che vedere una signora non significava rendersi conto del suo aspetto.
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